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Mi chiamo Maurizio
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Roberto Gugliotta Gianfranco Pensavalli Mi chiamo Maurizio sono un bravo ragazzo ho ucciso ottanta persone pagg. 313, € 16,00 Di Sicilia, da sempre, ce ne sono almeno due. La prima, vittima di un potere che non ha scelto e che silenziosa allevia la solitudine dei giudici anti-mafia e l’altra, spinta dall’urgenza di dire, di contribuire al raggiungimento di una verità possibile, assediata però da un sentimento di precarietà, come di chi si trovi sempre sul bordo di un precipizio. Una Sicilia cartina di tornasole per i tanti misteri che incrociano la storia italiana non solo degli ultimi vent’anni, e che i due autori di questo romanzo hanno già esposto compiutamente nei precedenti “Messina capitale d’Italia” (2004, IMG Press) e “Messina Campione d’Italia” (2005, IMG Press). La voce ora, è quella di Maurizio Avola, un bravo ragazzo, se non fosse che nel gergo di Cosa Nostra significa soldato affiliato. Soldato, non sicario, dichiara a più riprese, perché non ha mai accettato soldi per uccidere. Avola si pente nel 1994 dopo un anno dall’arresto. Le sue dichiarazioni e i verbali hanno permesso di ricostruire la storia della Catania degli anni Ottanta e Novanta. Un romanzo in cui di fiction ce n’è davvero poca perché il killer ci restituisce la sua biografia: dalla scelta di appartenere alla “famiglia”, al battesimo in Cosa Nostra, agli omicidi e al pentimento. Se non fosse il mafioso sarebbe comunque la storia di un uomo che si vota a un ideale e poi ne viene tradito. Al dramma del proprio mondo in frantumi si aggiunge quello di trovarsi a vivere in una società, quella cosiddetta perbene, in cui le regole sono ribaltate perché da pentito è additato come il peggiore degli uomini. “Signor giudice, sa cos’è la mafia?” È la domanda che rivolge al giudice che ascolta la deposizione. Avola ci spiega regole, gerarchie in un diario che si arricchisce di altre voci: la moglie, il giudice, il boss Santapaola e anche quella un po’ schizofrenica del bravo ragazzo, questa volta nella giusta accezione, che sovrasta il killer. “Una struttura polifonica – spiega uno degli autori, il giornalista Roberto Gugliotta -, che ci ha permesso di trattare il fenomeno mafioso non dal solito e unico punto di vista del giudice. È una realtà lontana dal nostro modo di ragionare perché noi diciamo: non lo faremmo mai. Bisognerebbe pensare come loro. È questo ciò che con Gianfranco (Pensavalli, ndr) abbiamo tentato di fare. Mostrare, per esempio, cosa significa essere una moglie di mafia che non ha amicizie cui aggrapparsi, non può fare domande e, se ha figli, le tocca fare da madre e da padre”. Emerge dunque un quadro in cui tutti, a vario titolo, si raccontano nel quotidiano rapporto con la mafia, una signora che prima ti ammalia e poi ti uccide. |
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